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L’importanza della "normalizzazione"

"Normalizzazione" è una parola che al consumatore dice assai poco, al massimo pensa che faccia parte del linguaggio dei tecnici o dei politici. Eppure tutti i giorni il consumatore trae beneficio dalla normalizzazione.
Se sale su un treno in Italia, può arrivare all’altro capo d’Europa senza cambiare vettura, come succederebbe se la distanza fra i binari non fosse la stessa dappertutto. Se si trova all’estero e deve cambiare la batteria al rasoio elettrico, potrà comprarne una di dimensioni identiche. Perfino i fogli di carta che si usano in ufficio hanno ovunque le stesse dimensioni e ovunque i colori dei semafori stradali sono il rosso, il verde e l’arancione: ci si può immaginare che pasticcio sarebbe se in qualche Paese i colori fossero diversi o, peggio, se avessero un significato invertito. Se si compra una chiave inglese n. 5 a Roma o a Vienna si avrà la certezza che permetterà sempre di avvitare o svitare lo stesso bullone e il medesimo discorso si può fare per tantissimi altri prodotti. Chi ha pensato a tutto questo?

Ci si cominciò a pensare addirittura nei millenni passati, quando gli egizi codificarono le dimensioni dei blocchi di pietra destinati alla costruzione delle piramidi, i greci uniformarono il sistema di costruzione delle colonne e i romani quello dei mattoni (bipedali o sesquipedali). Il problema prese poi un nome preciso, la “normalizzazione” (a volte “normazione”), nel senso di unificazione delle norme e dei criteri per la fabbricazione dei prodotti industriali. Ci si accorse anche che il problema ne poteva creare altri gravissimi. Per esempio, nel 1904 scoppiò un grande incendio a Baltimora, che fece innumerevoli vittime e distrusse il centro della città nonostante fossero arrivati tempestivamente i rinforzi dei soccorsi dalle altre città vicine: ma i pompieri non poterono utilizzare gli idranti perché gli attacchi erano di dimensioni diverse e così il fuoco divampò in tutta la città.
Si scoprirono poi numerosi altri problemi di carattere commerciale che impedivano lo scambio delle merci fra gli Stati, dalle viti che avevano una filettatura diversa fra Paese e Paese alle taglie dell’abbigliamento, che pure erano differenti, eccetera.
Si sentì, quindi, la necessità di istituire organismi internazionali che, con la concertazione di tutti i paesi industrializzati, stabilissero regole comuni nella fabbricazione dei prodotti. Attualmente questi organismi sono l’ISO (International Organization for Standardization), con sede a Ginevra, e il CEN (Comitè Europèen de Normalisation), con sede a Bruxelles, che sono collegati ai similari organismi nazionali di normazione con i quali avviene, appunto, la concertazione delle regole comuni.
Per l’Italia, l’organismo nazionale è l’UNI (Ente nazionale italiano di unificazione), che si occupa di tutti i prodotti tranne quelli elettrici, che sono di competenza del CEI (Comitato elettrotecnico italiano).

Non si tratta di norme vincolanti per i produttori, perché non hanno valore di "legge", anche se in molti casi, ad esempio per le misure e dimensioni, l’adeguamento è praticamente obbligato. Ma in altri casi le norme non sono osservate per una questione di "cassetta", cioè per risparmiare sui costi.
L’UNI, infatti, è un "guardiano" della sicurezza, dell’ambiente e della qualità e, quindi, anche degli interessi dei consumatori, anche se poco conosciuto perché lavora in silenzio. E le norme tecniche che emana corrispondono, appunto, ai concetti di sicurezza e qualità, che ovviamente si riflettono sui costi di produzione.
Si pensi a una scala portatile o ad un apparecchio a gas: se sono fabbricati secondo le norme UNI danno sicuramente al consumatore una maggiore garanzia di non cadere o di non rimanere vittima del gas per un difetto di costruzione. A volte, anzi, come nel caso degli apparecchi a gas, proprio la legge ha stabilito che quelli corrispondenti alle norme UNI, che opera insieme al Comitato italiano gas (CIG), si intendono fabbricati "a regola d’arte".
Ma generalmente il consumatore non lo sa.




(Fonte: Unione Nazionale Consumatori, Agenzia n. 5180 del 30 dicembre 2004)


12/01/2005




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