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 | La responsabilità sociale delle imprese |  |  | |
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Responsabilità delle imprese: una questione di etica
| di Carlo Penco e di Giacomo Correale Consulenti per le strategie aziendali Collaborano con la Fondazione Bassetti Nell'ambito della Fondazione Bassetti (www.fondazionebassetti.org), la cui missione consiste nell'approfondire le problematiche dei rapporti tra innovazione e responsabilità, si è sviluppato negli ultimi tempi un dibattito sul tema, sempre più attuale, della responsabilità sociale delle imprese. Le opinioni espresse dagli interlocutori hanno rivelato la necessità di un preventivo approfondimento metodologico dell'argomento, per poter poi scendere sul campo delle decisioni e delle scelte operative con una più chiara cognizione di causa. Questo articolo vuole essere un contributo all'approfondimento metodologico dell'argomento. Nel mondo occidentale gli individui, nel definire la loro condotta, hanno sempre fatto riferimento a due criteri di responsabilità: uno definito dalla legge (prima prevalentemente consuetudinaria, poi gradualmente sempre più positiva), l'altro definito dalla loro moralità, un principio guida interiore. Nella cultura occidentale, l'etica è quella disciplina che studia i fondamenti della morale e cerca di risolvere i problemi derivanti dall'applicazione di criteri di moralità in situazioni dubbie e complesse (i cosiddetti dilemmi etici). Con l'affermarsi dell'economia di mercato e del ruolo delle aziende, crescendo l'autonomia delle imprese rispetto ai poteri di indirizzo dello stato, si è via via diffusa l'idea che non soltanto gli individui che ne sono responsabili ma le imprese stesse, come soggetti collettivi, debbano attenersi ad un'etica nel definire il loro comportamento responsabile.
1. Perché le aziende dovrebbero sentirsi tenute a comportarsi responsabilmente? È molto diffusa una argomentazione utilitaristica: è bene che le aziende si comportino in modo responsabile perché questo è il comportamento più conveniente per loro e per la comunità. Chiariamo che cosa si intende con utile. Semplicemente, è l'utilità attesa dalle azioni che si compiono. Per gli utilitaristi è bene ciò che produce una convenienza: quindi tra due comportamenti è da preferire quello che produce una convenienza maggiore per un maggior numero di individui. Va da sé che l'utile sia definibile come bene anche quando non lo è! Il problema è poi cosa fare se soggettivamente quello che è conveniente ed utile per alcuni non lo è per altri. Gli utilitaristi tendono a risolvere questo dilemma invocando una serie di pesature e ponderazioni che tendono a giustificare come bene ciò che è massimamente utile per il massimo numero di individui. Le conseguenze, ad esempio, sui diritti delle minoranze sono evidenti. Pertanto, nonostante le varianti che la teoria utilitarista ha espresso, le sue debolezze logiche e concrete (negli effetti intendiamo, compreso un certo autoritarismo della maggioranza) sono apparse evidenti. Né vale la pena rimandare ad una "naturale" logica combinatoria che fa convivere in modo complementare gli egoismi individuali, sapientemente autolimitati: se usciamo dalla speculazione astratta e diamo un'occhiata alle reali sperequazioni che si diffondono su scala planetaria (ad esempio il 25% per cento dell'umanità che consuma il 75% delle risorse energetiche, idriche e alimentari, mentre un altro 25% è sotto la soglia della sopravvivenza) si ha subito la percezione che "la mano invisibile", lasciata lavorare indisturbata, non agisce molto bene! Una argomentazione alternativa è quella contrattualista. La responsabilità, un comportamento morale, eticamente ineccepibile, si fonda su valori condivisi a priori da alcuni individui. Questi li concordano più o meno tacitamente a partire da una libera scelta e da un'alternativa. Perché lo fanno? Perché si sentono di farlo, rispondono soltanto alla loro coscienza. Quando sottoscrivono questi valori? Quando li percepiscono necessari (sono fondamentali, non se ne può fare a meno). Il termine necessità non implica un'obbligazione, al contrario può andare di pari passo con la scelta e la libertà. In particolare se parliamo di scelta etica questa è per definizione libera, nasce cioè dalla possibilità piuttosto che dall'obbligo (come invece accade nei confronti della legge positiva). È questione di dove si pone il locus of control, esterno-legge-obbligo, interno-etica -scelta. Chi sceglie lo fa perché, in base alla sua libera interpretazione, definisce che per lui è necessario fare così. Ma nessuno lo obbliga. È una scelta di ragione, nel senso pieno della parola, riferita all'integralità e alla maturità della persona umana. D'altra parte è proprio questa ragionevole necessità che fa sì che, anche di fronte ad allettanti scelte non responsabili, noi si scelga talvolta dolorosamente per l'etica. La teoria contrattualista teorizza che queste scelte individuali tendono ad allinearsi e a diventare patrimonio comune di una comunità di eguali, attraverso un tacito e/o esplicito accordo. Ci si accorda intorno ad una serie di elementi di giudizio comune che diventano valori condivisi. La stessa cosa vale per le collettività e per le organizzazioni. Le collettività occidentali hanno una lunga storia che porta in questa direzione e che in parte si rispecchia nelle costituzioni democratiche, nei codici e, più ancora, nelle consuetudini elementari delle nostre civiltà. Le organizzazioni e, in particolare, le aziende, possono scegliere all'inizio della loro storia o in itinere di sottoscrivere un impegno più o meno formale, ad esempio un codice etico. Un indirizzo etico può essere espresso nei documenti strategici dell'azienda, come nella mission, nella vision e nei principi che orientano il governo dell'impresa. In realtà l'eticità non soltanto nel campo degli affari è tutta da costruire. Kant diceva che l'uomo è un legno storto e che la rettitudine come la ragionevolezza sono sempre una conquista difficile mai totalmente compiuta. Abbiamo bisogno di coltivarci, di sgrossare una nostra natura non necessariamente malvagia ma sicuramente imperfetta. La responsabilità è quindi qualcosa che viene dopo, che deve essere alimentata e sostenuta. D'altra parte in campo etico c'è una deriva entropica e i più tendono ad allinearsi sul comportamento più opportunistico. Certo, può sembrare riduttivo ma è così. Si potrebbe dire che molti hanno un bisogno spontaneo di giustizia (che, ad esempio, come dice Ralws, si fonda sulla nostra natura di esseri potenzialmente ragionevoli) ma che, se non sono incoraggiati e non hanno strumenti adeguati, sono costretti dalla forza del conformismoe/o da coercizioni reali di varia natura ad adeguarsi opportunisticamente). | 2. Quando è veramente importante l'etica? Lo stato, la legge positiva sono un rimedio alla nostra imperfezione. Perché un rimedio? Proprio perché la natura dei più non è immediatamente etica e tutto il pensiero giuridico occidentale è pessimista sulla capacità degli uomini di condursi rettamente. Purtroppo nel formalismo della legge si sviluppa anche l'elusione, nel vuoto legislativo si esercita il cinismo e la legge del più forte. Lo stesso formidabile potere che ancora hanno gli stati è spesso occasione per molti per condurre, al riparo dei rigori della legge, i loro interessi. Ed è qui che si rivela il ruolo dell'etica: prima della legge (quando c'è un vuoto legislativo, un attardarsi della legge, una possibilità di interpretazione distorta o una deliberata deregulation), quando cioè la legge è imperfetta, allora l'etica è veramente importante. Sono però le situazioni medie quelle in cui l'etica è un riferimento fondamentale, quando cioè comportarsi in modo responsabile non è né troppo facile né troppo difficile: l'etica non è materia di eroismo, tutt'al più di spiriti forti. Spesso queste sono anche situazioni dubbie, incerte che possono dare anche adito a veri dilemmi. Avere strumenti etici, in questi casi, aiuta a prendere, anche negli affari, la decisione più responsabile. 3. In una dimensione etica, cosa accade a chi non si comporta responsabilmente? C'è una sanzione? I classici non avrebbero avuto dubbi. La sanzione era la riprovazione della comunità (non necessariamente di tutta, basterebbe la parte più autorevole), oggi diremmo l'indignazione dell'opinione pubblica. Ma questa deve sapere e deve saper riconoscere il comportamento non etico. Non è necessario che i censori del comportamento etico siano tutti i membri della comunità né che siano una maggioranza. Devono però essere membri autorevoli e credibili. L'autorevolezza deriva dall'esemplarità della loro condotta e dalla mancanza di secondi fini nella scelta etica. 4. E se soltanto alcuni soggetti, ad es. alcune aziende si comportano in modo responsabile e le altre no? Perché il comportamento etico si diffonda, tra gli individui come tra le imprese, è importante che qualcuno cominci ma anche che non sia proprio solo per non risultare velleitario. È fondamentale poi che si crei quella che Deming chiamava "la forza del sistema": se un gruppo è determinato a comportarsi responsabilmente ma è anche espressione di una possibilità ragionevole (non eroica, non estrema), spesso una buona parte degli altri segue, si convince o si adegua. E poi serve un'opinione pubblica libera da informare. Noi che di professione ci occupiamo di strategie di business, non crediamo che profitto ed etica siano per definizione divergenti. Possono benissimo convivere: tuttavia nessuno è obbligato a fare business ad ogni costo, come nessuno è obbligato a fare business in modo non etico. La prima libertà (quella di scegliere di occuparsi o meno di business) è la via di uscita nel caso che la seconda (quella di comportarsi eticamente) non sia praticabile per l'azienda! È doloroso, ma se ci viene impedito di fare affari secondo coscienza si può sempre uscire dagli affari. Nello scenario in cui opera un'azienda, tra l'uscire dal business e il fare affari in modo non etico c'è spesso una terza via: fare affari dove è possibile farli in modo etico, e non farli altrove in altre situazioni: in altre parole, adottare una strategia piuttosto che un'altra. 5. In conclusione: parlando di responsabilità delle imprese, cosa si può fare sin d'ora? Apparentemente poco, in realtà molte cose e molto complesse. Al di là di ciò che è possibile ottenere mediante leggi, codici, regole, si tratta di instillare nel processo di attuazione delle strategie aziendali la considerazione etica. Non crediamo di offendere nessuno se affermiamo che da questo punto di vista molti imprenditori e manager (e consulenti!) navigano nell'ignoranza o, nel migliore dei casi, non afferrano che una scelta etica è tale solo se sottratta alla deriva utilitarista. D'altra parte né il knowledge management, né le business school attribuiscono all'aspetto etico delle decisioni un peso adeguato e veramente built in nelle strategie. Noi pensiamo che per innescare processi di apprendimento etico integrati nelle strategie aziendali sia necessario dare vita ad iniziative di tipo formativo e autoformativo, che partano dalle problematiche concrete delle aziende (dai loro "casi" reali) per affrontarle in modo maieutico, con la collaborazione di facilitatori, interni o esterni all'azienda. In tale situazione, noi pensiamo che sia importante non vergognarsi di "fare filosofia", allargando la prospettiva a cose che sembrano fuori luogo, tipo i valori comuni, il senso del bene e il senso della vita. Ben vengano codici etici e regole di comportamento. Purché si sia consapevoli che un codice etico ha senso se è, come una visione, un punto di arrivo e non di partenza, e se è fortemente sostenuto dal chiaro esempio dato dalla condotta dei vertici aziendali. | Torna all'indice |
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