Non è uno slogan ma la realtà: da qualche anno l’UNI mette a disposizione le proprie competenze tecnico/normative per gestire comitati tecnici nazionali e internazionali CEN e ISO di interesse all’Italia e stimola la partecipazione dei delegati e degli esperti nei Technical Comittees e nei Working Groups, dove la presenza italiana è necessaria per influenzare o presidiare lo studio delle norme tecniche.
La struttura UNI non ha dimensioni e risorse comparabili a quelle del DIN tedesco, del BSI inglese e dell’AFNOR francese, tuttavia cerca di sostenere l’impegno nei comparti normativi dove l’Italia ha molto da dire e da difendere. Ma quali sono i comparti più rappresentativi del Made in Italy? Alcuni esempi? Il settore agroalimentare (che fornisce grande contributo all’immagine positiva del nostro Paese), i mobili e l’arredamento (che con il design italiano, famoso in tutto il mondo, rappresenta uno dei fiori all’occhiello della nostra economia), gli occhiali, le costruzioni e gli impianti, ma anche la meccanica di precisione e la componentistica, i veicoli (in particolare quelli di alta gamma), i metalli preziosi e gli articoli per gioielleria, il cuoio e le pelli, le calzature, gli articoli per puericultura, l’illuminotecnica, il tessile e l’abbigliamento, gli apparecchi elettrodomestici, le macchine utensili, le piastrelle e i sanitari, gli utensili a motore, i dispositivi antisismici, la tecnologia applicata alla telefonia, i dispositivi dentali e alcuni dispositivi medici, le sterilizzatrici, le biciclette e le moto, le attrezzature per palestre, i parchi gioco, la nautica …. La lista è lunga ed è assolutamente impossibile elencare, per motivi di spazio, tutti gli ambiti dove il Made in Italy è presente sia come leader che come “nicchia” di settore. È certo però che in questi anni l’Italia subisce una forte concorrenza, spesso sleale, dei nuovi Paesi emergenti (ad esempio Cina, India) e molti dei comparti merceologici sopra ricordati soffrono o addirittura sono costretti a ridimensionare o de-localizzare le proprie strutture in altri Paesi per tenere il passo, investendo proprio in quei Paesi da dove arriva “la concorrenza”. In particolare la Cina pone in essere una concorrenza basata su condizioni interne proprie, quali il costo del lavoro, le protezioni sociali, le normative ambientali, il potere politico, ecc., tali da avvantaggiarla nettamente rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo. Impossibile, quindi, competere sul piano dei costi. Inoltre, una sistematica attività di contraffazione dei prodotti italiani mette a dura prova interi settori nazionali. In tale contesto, mentre alcuni ambiti confermano la loro eccellenza nel mondo e soffrono meno, per altri settori di punta è necessario ripartire per sviluppare strategie efficaci, soprattutto per la ricerca applicata all’innovazione, nota dolente del nostro Paese. E proprio a proposito di innovazione che la normativa può diventare strategica: questi documenti, infatti, contengono aspetti di ricerca e sono il risultato di vari studi e prove. Adottare le norme per lo sviluppo di nuovi processi, prodotti e servizi, o solo per confrontare ciò che si intende realizzare con ciò che la normativa tecnica richiede, significa usare strumenti avanzati che permettono di trasferire conoscenza e know-how consolidato su tutto quanto si vuole sviluppare di nuovo. I nuovi Paesi emergenti lo hanno capito e in molti comitati tecnici cominciano ad essere presenti con folte delegazioni, per conoscere, per sapere e anche per imparare. L’Italia deve continuare a tenere le sue posizioni anche in ambito normativo perché la normativa tecnica rimane elemento strategico per lo sviluppo. |